A CLOSED UP STORY

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Introduzione



L’8 Gennaio 2013, l’Italia ha subito una pesante condanna da parte
della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo cui lo Stato Italiano
avrebbe violato l’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti Umani,
sottoponendo le persone recluse nelle proprie prigioni a condizioni
detentive inumani e degradanti. Al momento della condanna da parte
della Corte di Strasburgo infatti, le strutture carcerarie italiane
accusavano un pesante sovraffollamento: erano 66.000 circa
i detenuti presenti nelle carceri contro i 47.000 posti totali consentiti.

Nonostante le misure straordinarie adottate dall’Italia nel corso
degli ultimi due anni per far fronte a questa grave emergenza,
a oggi purtroppo il tasso di sovraffollamento è ancora molto alto.

Gli ultimi dati forniti dal Governo infatti ci dicono che in Italia esistono
195 Istituti Penitenziari sparsi su tutto il territorio nazionale,
in cui sono reclusi 52846 persone (Fonte Ministero della Giustizia Italiana,
dati aggiornati al 29/02/2016). Di questi detenuti, 3342 (6,32%)
è il numero in eccesso rispetto alla capienza massima consetita di 49.504 posti
per tutte le strutture detentive.
La capienza è calcolata considerando uno spazio vitale per ogni detenuto di 9m2 a testa.

 

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Il Progetto

Alla luce di questo scenario e in seguito alla condanna di Strasburgo, ho avuto la possibilità di incontrare per un anno, due volte a settimana, un gruppo di detenuti in una delle tante carceri italiane.

L’intento èstato quello di conoscere e documentare la situazione di una delle tante carceri italiane (il Carcere di Buoncammino, a Cagliari)
aseguito della sentenza di condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Il Carcere di Buoncammino, come tante altre carceri italiane, era infatti una struttura fatiscente e sovraffollata, che ospitava in un edificio di fine ‘800 situato al centro della città, un numero di detenuti nettamente superiore alla sue capacita.

Proprio per questo e per quanto previsto dal nuovo Piano Carceri (Piano straordinario del Ministero della Giustizia italiano del 2010 che avrebbe dovuto creare 12.000 nuovi posti detentivi a fronte di un investimento di circa 463 milioni di euro. Alla fine del 2014 sono state utilizzati solo 52 milioni delle risorse disponibili (circa l’11% del totale) creando in quattro anni soltanto 4.400 nuovi posti nelle carceri italiane), Buoncammino sarebbe stato chiuso di lì a poco e i suoi detenuti spostati in un nuovo edificio più moderno e capiente ma lontano dalla citta, spezzando quel legame che per un secolo e mezzo ha contraddistinto la relazione tra il carcere e il tessuto sociale della citta stessa.

Inizialmente, il permesso di entrare in carcere concordato con la Direzione Penitenziaria includevala possibilitàdi coinvolgere un gruppo di detenuti nella documentazione fotografica di alcune zone del carcere, comprese le celle e certi spazi comuni.








"Nel carcere di Buoncammino la prima cosa che vedi
appena passi le due enormi porte dimetallo
è un crocifisso, con Gesù là sopra a braccia aperte
che sembra indicarti la via:“scegli, braccio destro o sinistro?”.
A me la polizia penitenziaria me l’ha pure chiesto quando
sono entrato la prima volta.

Ho detto destro, mi hanno mandato al sinistro".

L’obbiettivo era quello di coinvolgere i detenuti nella costruzione di una documentazione in prima persona, capace di osservare e interpretare la quotidianitàcarceraria dal suo interno. Contrariamente a quanto concordato pero, questa libertàci è stata negata sin dal nostro primo incontro per “questioni di sicurezza”. L’unica possibilitàche ci veniva concessa era quella di svolgere il nostro lavoro esclusivamente all’interno di una stanza assegnataci peril “laboratorio”: una ex cella completamente svuotata se non per alcune sedie ed un tavolo.

Quella che èsembrata da subito una difficoltàinsormontabile, si èrivelata invece l’occasione migliore per poter costruire una diversa relazione con i detenuti, in cui la parola e il racconto orale sono stati il mezzo principale e libero per poter conoscere alcuni aspetti della loro realtàquotidiana altrimenti nascosti.

In questo processo di narrazione, documentazione e ricucitura orale, ho potuto rendermi conto quanto il loro impegno quotidiano fosse focalizzato sulle poche e piccole cose apparentemente banali cherendevano la loro vita qualcosa di sopportabile: ogni loro oggetto, fosse una fotografia, una lettera o un libro, appariva come l’ unica cosa capace di confermargli la loro presenza nel mondo anche se rinchiusi, ed il carcere con le sue mure, sbarre e filo spinato, un elemento da rimuovere ed oscurare con l’immaginazione. L’unico mezzo per sfuggire all’ oppressione fisica e psicologica della struttura carceraria, in quanto istituzione totalizzante e deresponsabilizzante, era restringere ancora di piùla loro percezione sui quei pochi e piccoli oggetti che gli era concesso tenere con sè.

L’ azione simbolica e concreta è risultata essere quella di riportare, durante i nostri incontri, il carcere e la sua quotidianita dentro quella cella vuota, pezzo a pezzo attraverso i loro oggetti personali. Un fornelletto, un paio di lenzuola, una grattugia, un libro, una lettera: piccoli elementi portatori di una testimonianza diretta e autorevole della realtà carceraria.

"La prima volta che sono entrato in una cella, come tutti, non avevo piùi lacci
alle miescarpe. Te li tolgono appena entri dopo il primo controllo ed identificazione
perchè altri-menti potresti usarli per farti del male.
Appena metti piede in carcere devo dire che ti viene anche la voglia,
capisci subito che nonèun bel posto dove stare. Pero quello che piu ti ferisce
èquel tragitto dall’ingresso alla tuaprima cella: ti senti come nudo,
privo della tua dignità di essere umano, come un vagabondo che cerca
di non perdere le scarpe rotte mentre trascina i suoi piedi
lungo i corridoi delcarcere".

 

Il risultato èuna storia personale narrata in prima persona da un detenuto qualsiasi di una qualsiasi prigione d’Italia. Un racconto fatto di immagini e parole, in cui gli oggetti fotografati appaiono come elementi utili a riportare l’attenzione sulla parola come elemento di relazione e di dialogo e quindi sulla drammatica esperienza carceraria italiana che troppo spesso viene esclusa dalla percezione e dal dialogo pubblico.

Leggi qui il racconto completo

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Il Progetto Espositivo

I risultati del progetto svolto internamente al Carcere diventano il mezzo attraverso il quale sviluppare un’esperienza diretta e condivisa con il tessuto sociale ed urbano, il pretesto per creare un dialogo tra l’esperienza detentiva e la società che col carcere ha un indissolubile legame troppo spesso ignorato.
È in questo vuoto relazionale e dialogico che si colloca il progetto espositivo, con l’obiettivo di riportare il dibattito sui luoghi e l’esperienza detentiva nel contesto urbano, in forme e modi che si adattano al contesto di riferimento con la produzione di nuovi contenuti e relazioni.

La prima esposizione pubblica del progetto è stata sviluppata all’interno della programmazione di Cagliari Capitale della Italiana della Cultura 2015. Curata da Matteo Balduzzi, ha avuto luogo nella stessa città di Cagliari dove sorge l’Ex Carcere di Buoncammino, sviluppandosi in due forme espositive parallele e dialogiche:

- Affissione Pubblica

La prima azione ha previsto l’affissione di manifesti 100x70cm nel contesto urbano, rielaborando in forma grafica le fotografie prodotte all’interno del carcere e operando su un doppio registro: da un lato contribuendo a pubblicizzare il progetto installativo di cui sono parte, dall’altro costituendo un progetto artistico e comunicativo autonomo sia a livello formale che di contenuti.

Giocando su codici di linguaggio simili a quello pubblicitario e sull’astrazione consentita dal disegno, dal fumetto e dall’infografica (i manifesti hanno come riferimento l’immagine coordinata di alcuni prodotti commerciali della grande distribuzione di oggetti di arredamento, sul modello IKEA), l’affissione pubblica si propone come mezzo per incuriosire e disorientare lo spettatore “di strada” proponendo un discorso sugli oggetti autocostruiti come collegamento con la realtà carceraria ma anche come oggetti autonomi che veicolano valori estremamente attuali nel mondo del design quali il recupero, la sostenibilità, l’autocostruzione.

 

- L' installazione Espositiva
in parallelo è stata sviluppata una installazione all’interno del CARTEC - Cava Arte Contemporanea in concomitanza con una performance/installazione dell’artista greca Maria Papadimitriou.
La mostra ha visto esposti in un dialogo spaziale e visuale le immagini con una parte testuale, conducendo lo spettatore in un racconto in prima persona di un ipotetico detenuto sulle condizioni di vita quotidiana all’interno di una delle tante carcere italiane.

 

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A Closed Up Story èun progetto realizzato in collaborazione con gli architetti Maria Pina Usai, MargheritaFenati, Francesca Tatarella e Daniele Iodice del gruppo U-BOOT ricerca e azione su paesaggi ad altavulnerabilitàsociale e ambientale, all’interno del progetto di ricerca
Carcere Spazio Urbano-il Confine tra Cittae Periferia Penitenziaria.

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